domenica 4 giugno 2017

non è successo niente

Non è successo niente, alla fine. Alla fine non era niente. Ma per un momento tutto è diventato come l’avevamo visto solo in televisione, Bataclan, charly hebdò, queste cose, che succedono sempre in altri altri posti.
Io, che ci fosse la partita della juventus, l’ho saputo solo in piazza vittorio. Non seguo il calcio e non amo i chiassosi, gli strombazzanti, gli sbandieranti e gli urlanti, neanche a fin di bene.
Sono problemi miei,mie turbe ancestrali, non amo le folle e, se posso, le evito. Però, se per andare al cinema, devo passarci in mezzo, non ne faccio un dramma. passo.

E il film era bello.

Poi siamo fuori dal cinema tutti contenti, ci diciamo Beh, allora adesso andiamo a mangiarci una pizza al padellino. Così cominciamo a camminare verso la pizzeria e superiamo un bivacco di tifosi seduti per terra  (sul marciapiede e sulla strada) a guardare la partita, e a quel punto non so, forse perché seduti, forse perché la juventus sta perdendo e hanno perso la loro baldanza strombazzatrice, forse perché hanno l’aria di persone umane sedute una accanto all’altra e non di una massa, ecco, mi sembrano simpatici. Ci passiamo in mezzo, scavalchiamo e chiediamo scusa, scusi, pardon e arriviamo in via Po.
Visto, dice Gi, che sono anche carini, potrebbero starsene a casa propria a guardare la partita, e invece sono tutti qui, seduti così, è bello no?
sì, dico, voltandomi a guardarli, è vero, hai proprio ragione.
Poi ai mondiali, dice Gi, ci veniamo anche noi qui a guardare la partita seduti in strada.
Sì sì, dico, pensando No no, ma poi c’è tempo.

e andava tutto bene, e non c’era nessun problema, ed eravamo contenti di aver visto un bellissimo film e che dopo ci fosse concordata anche quella cosa della pizza al padellino, che era un’ulteriore riprova del fatto che la vita è piena di cose belle e poetiche  e di film belli e  e di gente che alla fine è disposta a starsene seduta a terra per godersi una sconfitta calcistica in compagnia.
Il migliore dei mondi possibili.

Camminiamo mano nella mano, un po’ romantici, commentiamo il film, diciamo Che bello eh, il dialogo con la madre, che bello il momento dello scivolo, quando fuori piove e loro sono lì, rintanati, e che bello quando i due si parlano mentre il figlio è uscito a cercare i biglietti della lotteria e tutt’e due guardano in direzione sua, che è la stessa del pubblico, come se il figlio fosse oltre lo schermo e mentre parliamo all’improvviso sentiamo un rumore di mandria.
una mandria come quelle dei documentari sulle gazzelle o sui bufali, che galoppa rincorsa da un predatore affamatissimo e scaltro. una mandria spaventata, impazzita, che vuole solo salvarsi la vita.
Come tutte le mandrie fa rumore di mandria, che è rumore del respiro della mandria e del suo correre, del suo scappare, che non è solo un correre ma un correre via da qualcosa per andare il più velocemete possibile da un’altra parte che non si sa quale sia, in cerca di salvezza.
Il tentativo di salvarsi, fa quel rumore lì, scomposto, ansimante, caotico e insieme ordinato, corale. uno spasmo, una tensione di branco.
E noi, che NON VENIAMO da quella piazza, CHE NON SAPPIAMO cosa sia accaduto, essendo cospecifici di quella mandria, NE AVVERTIAMO la spinta, NE ANNUSIAMO il terrore.
Questa parola, terrore, è, per ora, una parola come le altre. Non è ancora stata usata in altro modo, da noi. Certo, l’abbiamo letta, l’abbiamo ascoltata, l’abbiamo anche pronunciata, ma sempre così, come una parola e basta. Adesso invece, quella parola, è come se fosse entrata più in profondità, come se l’avessimo inspirata  e ci avesse avvelenato.
Questa mandria, che corre tutta in una stessa direzione, ci investe, non solo fisicamente, anche istintualmente. Ci dice col corpo: da qualche parte, presumibilmente quella da cui stiamo fuggendo, sta accadendo, è accaduta, accadrà, qualcosa di molto, molto pericoloso.

E allora corriamo. diventiamo mandria, diventiamo parte di quel corpo spaventato che si muove e spinge e muove l’aria, in cerca della propria salvezza.
Ma non sappiamo il perché. Né, più di tanto, ce lo chiediamo. Siamo appunto, in questo momento, soprattutto, quasi interamente, animali.

la fuga poi, è fuga, anche quando il pericolo non esiste. Non ha corpo né consistenza.

Da cosa fugge questa mandria. Da cosa fuggiamo noi, che siamo IN questa mandria?

Soltanto un attimo prima ero un individuo,ero in grado di valutare questo e quello, di avere un’opinione sulle cose, sui fatti, sul mondo, e anche (lo ammetto) sui tifosi di calcio; adesso sono solo parte di un organismo e non c’è più da pensare, c’è da correre, c’è da non cadere, c’è da cercare un posto in cui riparare. Un bar? un ristorante?
Bar, ristoranti che fino a un attimo prima erano solo vetrine con gente seduta, tavolini con candele, vini d’annata o birre, adesso sono ripari, zone in cui entrare per cercare protezione.
Strano registrare adesso, come una cosa, un luogo, possa trasfigurare a seconda della realtà in cui è immerso.
Come diventa all’improvviso strana, una pizzeria, se la gente che la popola non è più, per la maggioranza, lì per mangiare la pizza ma per salvarsi la vita.
E poi,neppure questo è vero.
Perché in effetti, la vita di nessuno lì, era in pericolo, nè lo era mai stata.
Noi eravamo dentro un organismo impazzito e ne facevao parte, ma fuori, a vederci da fuori, a poterci vedere come un piccione che vola su quelle strade diretto al fiume, niente. Non sta succedendo niente.
La paura che possiede questa massa, è (l’ho scoprirò più tardi) una paura senza ragione. Ma che differenza fa, che sia immotivata,in questo momento? Genera comunque conseguenze.
In me ha generato conseguenze, ma sono sicura che la stesso sia stato per tutti quelli che ho incontrato. Gente che, appunto, non riuscendo più ad interpretare la realtà, chiama qualcuno al telefono, altrove, esortandolo ad accendere la televisione, chiedendogli: Cosa dicono che ci sta succedendo?

Noi eravamo in un posto, terrorizzati, e aspettavamo che qualcuno ci spiegasse cosa stava succedendo.

il terrore, fa perdere la testa.

E il terrore non si genera più soltanto con gli spari. Il terrore può essere un riflesso condizionato.
condizionato. condizionato. condizionato.
mi sto ripetendo?

Lorenz, parlando delle sue oche, in un libro che era un po’ la bibbia di mia mamma, diceva che lui aveva condizionato le oche a seguirlo perché gli faceva da mamma. oppure che aveva convinto questa o quella oca a fare determinate cose perché faceva un suono, uno schiocco, al quale poi corrispondeva (per chi lo seguiva) un premio.
in altri casi poi, il condizionamento poteva anche essere negativo, tipo: Se fai questo ti becchi un calcio in culo, o: se non fai questo, non ti voglio più bene.

cose così.

condizionamenti ce ne sono tanti, e alcuni anche a fin di bene.
il problema è però, appunto,la relatività del bene.
se io penso che una cosa sia bene, come ad esempio non fare pipì sul pavimento di casa, quasi tutti sono d’accordo. il cane piscia, lo condiziono, e tutti sono contenti. Alla fine, anche il cane.
Se hai le mani sporche e tua madre o tuo padre ti hanno convinto che se mangi con le mani sporche prima o poi ti verrà il tifo o il colera, ad un certo punto della tua vita tu non ti siederai più a tavola senza esserti lavato le mani, e sarai salvo.
ma sei condizionato.

il terrore è un ottimo condizionante. è rapido e funziona anche in assenza del proprio principio attivo.
Perché, una volta sperimentato, condiziona a lungo.

Ma noi che ieri eravamo quella mandria spaventata dai fantasmi, non eravamo pazzi. eravamo il prodotto di un condizionalìmento. come i cani, come le oche, come i soldati, come chi, vedendo un rom, si mette una mano sulla borsa o sulla tasca. Niente di male, sono condizionamenti.
Fa parte del gioco.

Ecco.

Se domani mi dicessero: vieni a un concerto in piazza, gratis, c’è Dylan, c’è Springsteeng, c’è De Andrè resuscitato; io vorrei di certo, ma non so se avrei il coraggio di andarci.
Perché sono condizionata.

Forse la mia voglia individuale sarebbe schiacciata dal mio condizionamento e lascerebbe perdere, lascerebbe direbbe: magari un’altra volta e un’altra volta, direbbe lo stesso.


Peccato perché un concerto di un resuscitato non capita tutte le sere.

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