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sabato 23 settembre 2017

la più arresa

una cosa su cui ho riflettuto in questi giorni è che il più delle volte dire che una determinata cosa è buona anche se fa schifo, fa sì che in seguito risulti meno scandaloso sostenere, parlandone, che sia stata buona anche quando oggettivamente tutti ricordano quanto fosse schifosa e scadente, perché tutti, sia chi lo sosteneva che chi la recepiva, si saranno in qualche modo assuefatti all'idea che ciò che accade si dimentica e che quello che resta di ciò che accade è la sua rappresentazione. Se la rappresentazione è subito mistificata (per ragioni varie, dalla convenienza al quieto vivere) quasi nessuno avrà la voglia e le energia di mettersi a sostenere che la tal cosa, tanto osannata, era a tutti gli effetti una vera merda e che la sua rappresentazione non rappresenta affatto ciò che millanta di rappresentare. Perché in fondo, anche per dire e dirsi la verità, ci vuole una motivazione forte; se questa motivazione forte non c'è, ad un certo punto tutti si adagiano su una versione dei fatti che è la più confortevole e, nel contempo, la più arresa, la più rassegnata.

mercoledì 19 luglio 2017

diario del viaggio di nozze


in mezzo all'erba c'era una vipera. non faceva male a nessuno. stava nell'erba come una cosa tra le altre. ho battuto col bastone per vedere se aveva la testa piatta. le vipere mi avevano detto, le riconosci perché hanno la testa piatta. aveva la testa piatta. era dunque una vipera. dal gran battere il bastone si era anche rotto. lei si era mossa poco come dire, che hai? tutto sto battere.
allora mi ero vergognata.
la vipera si era intrufolata nel gradino della casa, era andata ancora più dentro. dopo non l'ho più vista, ma sapere che c'era mi metteva in agitazione. non volevo che si ricordasse che volevo valutarle la testa.

elefante

oggi sono andata a parlare coi fisici, per imparare delle cose sul tempo che dove non succede qualcosa non esiste. questa cosa sul tempo e anche altre. a me piace molto sentirli parlare in quel loro modo enorme e normale di buchi neri sparpagliati per la galassie, e noi, che esistiamo nell'unico universo alla nostra portata, nell'unico universo che siamo in grado di comprendere, di concepire, tra tutti gli universi possibili. eppure, ancora, non lo capiamo, perché non abbiamo fantasia. una divinità che si manifesta in forma animale, che quando la osservi è un elefante, per esempio, poi la esservi di nuovo, per vedere di che colore è, vedi il colore, blu, per esempio, ma poi, visto il blu, ti ridiventa tutti gli animali possibili e niente più elefante. la osservi di nuovo e va bene. elefante, sei contento, scrivi elefante, la osservi un'altra volta, ancora elefante, guardi il colore, bianco, ma non è più elefante. è ridiventata tutti gli animali. non si sa perché. non si capisce. eppure è così. se la osservi per sapere una cosa, va bene, se la osservi per saperne due, niente, devi ricominciare da capo. animale, tutti gli animali. è una divinità fatta così. e io li ringrazio tantissimo. poi, quando me ne vado, loro restano in quel tempo, io prendo la macchina e, per un po', credo che la vita sia piccola e splendente.

sabato 15 luglio 2017

a E




Avevamo fatto alcune fotografie tutti insieme in cui si sorrideva l'estate prima di salire sull'aereo per la turnè in sicilia dove poi il regista aveva fatto capire a tutti con le buone in un bagno turco che dio non esisteva, e tu, nonostante questo, eri così bello eri così sulla cima di tutte le cose, che ogni sera compivi un miracolo, che io trascrivevo al mattino su un quaderno seduta al tavolo del bar del cappuccino. ed ecco qua: il quaderno, le fotografie comprovanti il volo, il volar via, e noi, che non saremo mai più stati più luce di così.

venerdì 14 luglio 2017

la barca

D quasi un giorno sì e uno no, mi mandava una barca fotografata, voleva che gli dessi il mio parere, sapere se, secondo me, andava bene per andarci a vivere. Io gli dicevo, Sì, però ti devi prendere il coso, quello per imparare a navigare. Lui diceva, Quello poi si prende, è un problema secondario. Invece secondo me non era secondario, ma lasciamo stare. All'inizio io ci credevo, a questa cosa dei barconi, poi è diventata talmente una cosa simbolica, che si è capito che scegliere la barca per andarci a vivere, non era per andarci a vivere, era più per sopravvivere. Allora non gli ho più detto niente, del brevetto. Ho cominciato ad occuparmi solo della bellezza delle barche, che più erano vecchie e scalcinate e più erano belle. Una era bellissima. Costava neanche quattordicimila euro. Forse non navigava perché aveva dei buchi nella chiglia. Era rossa. Era in portogallo. E io, appena l'ho vista ho detto Questa. Poi ne sono venute altre (me ne ha spedite centinaia) ma quella era la più bella. la più salvifica. Adesso D si è comprato una casa, con le zampe, intendo, una casa che sta appoggiata alla terra, quindi niente acqua, niente barconi, niente mare. Ha messo radici. Qualche volta però, raramente, quando sono troppo triste al telefono, mi manda un'altra barca, ma io penso sempre a quella là, dico, niente, io amerò sempre quella portoghese rossa. Quella, dice D, non si può. Richiede troppa manutenzione. Lo dice serio, non scherza, perché, anche nei sogni, bisogna pensare al futuro.

mercoledì 28 giugno 2017

sul finire e aquile e cocorite



Si sa che le cose finiscono, ma non si sa il quando. Il fatto di non saperlo è come se le rendesse idealmente eterne, ma quando finiscono uno ci rimane male perché pensa: E' adesso. E dopo?
Si anche molto discusso, questa mattina, sul problema se un'aquila e una cocorita comunichino tra loro come un uomo con un cane, o un po' di più. (dato che hanno le ali, pensavo).

lunedì 26 giugno 2017

facevano finta




sul muretto nuovo mettevamo certe polveri, ceneri, resti di foglie. Un mercatino. offrivamo da mangiare in certe pentoline, un commercio ostinato di terra, legnetti e sassi chiari.
I grandi si fermavano, facevano finta di comprare, facevano finta di assaggiare.

venerdì 23 giugno 2017

Poi

successivamente vennero: le fiere. lui strisciava. le fiere strisciavano. lui s'arrestava. le fiere respiravano. quando le fiere uscirono, lui tornò alle cose di tutti i giorni, con la borsa in mano a camminare e le telefonate. telefonava molto.

mercoledì 21 giugno 2017

atti unici incompiuti

Buongiorno.
Non ti avevo perso allora. eri solo nell'altra stanza.
Ma tu lo sapevi? questa è la settimana degli atti unici incompiuti.

La foto te la metto qui cosi poi la guardate. La poso qui insieme alle altre.

Tu da che parrucchiere vai? che bella tinta.

A furia di ascoltare la radio mi viene da pensare che belli quei tempi quando la fiat la metteva in culo agli operari. almeno li considerava persone umane, con un culo.

Sai, c'e'un tipo di donna alto, con pantaloni stretti e fianchi un po' grossi, orecchini d' oro e un modo di gesticolare che lascia indovinare un marito ricco, dietro, professionista affermato; un tipo di donna sulla sessantina, molto curata, ben tenuta, che va dall'osteopata, che si occupa di fiori ma potrebbe tranquillamente anche allevare maremmani o adottare bimbi a distanza o fare per un po', perché no, un lavoro creativo. L'arredatrice? - che mi fa sentire subito la voglia di correrre ad abbracciare mia nonna.

mercoledì 14 giugno 2017

Differenza

la dedizione deve passare inosservata
in caso contrario
è la sua stessa natura a subire un cambiamento.
La differenza tra fotografare una persona mentre è sorridente
o una che sorride, apposta, per farsi fotografare.

mercoledì 7 giugno 2017

Tubi

una volta avevo molta fiducia nei tubi. Un'estate ho infilato il pollice in un tubo di ferro rosso di un mancorrente di una rampa di garage, e dentro il tubo c'era una vespa, che prima mi ha fatto un po' di solletico al dito, poi mi ha punto. Ci sono rimasta molto male, quasi offesa, che la mia amicizia per i tubi fosse stata tradita così. Da allora, saranno una quarantina d'anni, non mi è mai più venuta alcuna voglia di infilare un dito in nessun tubo, e anche i tubi, non solo quelli rossi, tutti, non mi destano più alcun interesse. Era primavera.

domenica 4 giugno 2017

non è successo niente

Non è successo niente, alla fine. Alla fine non era niente. Ma per un momento tutto è diventato come l’avevamo visto solo in televisione, Bataclan, charly hebdò, queste cose, che succedono sempre in altri altri posti.
Io, che ci fosse la partita della juventus, l’ho saputo solo in piazza vittorio. Non seguo il calcio e non amo i chiassosi, gli strombazzanti, gli sbandieranti e gli urlanti, neanche a fin di bene.
Sono problemi miei,mie turbe ancestrali, non amo le folle e, se posso, le evito. Però, se per andare al cinema, devo passarci in mezzo, non ne faccio un dramma. passo.

E il film era bello.

Poi siamo fuori dal cinema tutti contenti, ci diciamo Beh, allora adesso andiamo a mangiarci una pizza al padellino. Così cominciamo a camminare verso la pizzeria e superiamo un bivacco di tifosi seduti per terra  (sul marciapiede e sulla strada) a guardare la partita, e a quel punto non so, forse perché seduti, forse perché la juventus sta perdendo e hanno perso la loro baldanza strombazzatrice, forse perché hanno l’aria di persone umane sedute una accanto all’altra e non di una massa, ecco, mi sembrano simpatici. Ci passiamo in mezzo, scavalchiamo e chiediamo scusa, scusi, pardon e arriviamo in via Po.
Visto, dice Gi, che sono anche carini, potrebbero starsene a casa propria a guardare la partita, e invece sono tutti qui, seduti così, è bello no?
sì, dico, voltandomi a guardarli, è vero, hai proprio ragione.
Poi ai mondiali, dice Gi, ci veniamo anche noi qui a guardare la partita seduti in strada.
Sì sì, dico, pensando No no, ma poi c’è tempo.

e andava tutto bene, e non c’era nessun problema, ed eravamo contenti di aver visto un bellissimo film e che dopo ci fosse concordata anche quella cosa della pizza al padellino, che era un’ulteriore riprova del fatto che la vita è piena di cose belle e poetiche  e di film belli e  e di gente che alla fine è disposta a starsene seduta a terra per godersi una sconfitta calcistica in compagnia.
Il migliore dei mondi possibili.

Camminiamo mano nella mano, un po’ romantici, commentiamo il film, diciamo Che bello eh, il dialogo con la madre, che bello il momento dello scivolo, quando fuori piove e loro sono lì, rintanati, e che bello quando i due si parlano mentre il figlio è uscito a cercare i biglietti della lotteria e tutt’e due guardano in direzione sua, che è la stessa del pubblico, come se il figlio fosse oltre lo schermo e mentre parliamo all’improvviso sentiamo un rumore di mandria.
una mandria come quelle dei documentari sulle gazzelle o sui bufali, che galoppa rincorsa da un predatore affamatissimo e scaltro. una mandria spaventata, impazzita, che vuole solo salvarsi la vita.
Come tutte le mandrie fa rumore di mandria, che è rumore del respiro della mandria e del suo correre, del suo scappare, che non è solo un correre ma un correre via da qualcosa per andare il più velocemete possibile da un’altra parte che non si sa quale sia, in cerca di salvezza.
Il tentativo di salvarsi, fa quel rumore lì, scomposto, ansimante, caotico e insieme ordinato, corale. uno spasmo, una tensione di branco.
E noi, che NON VENIAMO da quella piazza, CHE NON SAPPIAMO cosa sia accaduto, essendo cospecifici di quella mandria, NE AVVERTIAMO la spinta, NE ANNUSIAMO il terrore.
Questa parola, terrore, è, per ora, una parola come le altre. Non è ancora stata usata in altro modo, da noi. Certo, l’abbiamo letta, l’abbiamo ascoltata, l’abbiamo anche pronunciata, ma sempre così, come una parola e basta. Adesso invece, quella parola, è come se fosse entrata più in profondità, come se l’avessimo inspirata  e ci avesse avvelenato.
Questa mandria, che corre tutta in una stessa direzione, ci investe, non solo fisicamente, anche istintualmente. Ci dice col corpo: da qualche parte, presumibilmente quella da cui stiamo fuggendo, sta accadendo, è accaduta, accadrà, qualcosa di molto, molto pericoloso.

E allora corriamo. diventiamo mandria, diventiamo parte di quel corpo spaventato che si muove e spinge e muove l’aria, in cerca della propria salvezza.
Ma non sappiamo il perché. Né, più di tanto, ce lo chiediamo. Siamo appunto, in questo momento, soprattutto, quasi interamente, animali.

la fuga poi, è fuga, anche quando il pericolo non esiste. Non ha corpo né consistenza.

Da cosa fugge questa mandria. Da cosa fuggiamo noi, che siamo IN questa mandria?

Soltanto un attimo prima ero un individuo,ero in grado di valutare questo e quello, di avere un’opinione sulle cose, sui fatti, sul mondo, e anche (lo ammetto) sui tifosi di calcio; adesso sono solo parte di un organismo e non c’è più da pensare, c’è da correre, c’è da non cadere, c’è da cercare un posto in cui riparare. Un bar? un ristorante?
Bar, ristoranti che fino a un attimo prima erano solo vetrine con gente seduta, tavolini con candele, vini d’annata o birre, adesso sono ripari, zone in cui entrare per cercare protezione.
Strano registrare adesso, come una cosa, un luogo, possa trasfigurare a seconda della realtà in cui è immerso.
Come diventa all’improvviso strana, una pizzeria, se la gente che la popola non è più, per la maggioranza, lì per mangiare la pizza ma per salvarsi la vita.
E poi,neppure questo è vero.
Perché in effetti, la vita di nessuno lì, era in pericolo, nè lo era mai stata.
Noi eravamo dentro un organismo impazzito e ne facevao parte, ma fuori, a vederci da fuori, a poterci vedere come un piccione che vola su quelle strade diretto al fiume, niente. Non sta succedendo niente.
La paura che possiede questa massa, è (l’ho scoprirò più tardi) una paura senza ragione. Ma che differenza fa, che sia immotivata,in questo momento? Genera comunque conseguenze.
In me ha generato conseguenze, ma sono sicura che la stesso sia stato per tutti quelli che ho incontrato. Gente che, appunto, non riuscendo più ad interpretare la realtà, chiama qualcuno al telefono, altrove, esortandolo ad accendere la televisione, chiedendogli: Cosa dicono che ci sta succedendo?

Noi eravamo in un posto, terrorizzati, e aspettavamo che qualcuno ci spiegasse cosa stava succedendo.

il terrore, fa perdere la testa.

E il terrore non si genera più soltanto con gli spari. Il terrore può essere un riflesso condizionato.
condizionato. condizionato. condizionato.
mi sto ripetendo?

Lorenz, parlando delle sue oche, in un libro che era un po’ la bibbia di mia mamma, diceva che lui aveva condizionato le oche a seguirlo perché gli faceva da mamma. oppure che aveva convinto questa o quella oca a fare determinate cose perché faceva un suono, uno schiocco, al quale poi corrispondeva (per chi lo seguiva) un premio.
in altri casi poi, il condizionamento poteva anche essere negativo, tipo: Se fai questo ti becchi un calcio in culo, o: se non fai questo, non ti voglio più bene.

cose così.

condizionamenti ce ne sono tanti, e alcuni anche a fin di bene.
il problema è però, appunto,la relatività del bene.
se io penso che una cosa sia bene, come ad esempio non fare pipì sul pavimento di casa, quasi tutti sono d’accordo. il cane piscia, lo condiziono, e tutti sono contenti. Alla fine, anche il cane.
Se hai le mani sporche e tua madre o tuo padre ti hanno convinto che se mangi con le mani sporche prima o poi ti verrà il tifo o il colera, ad un certo punto della tua vita tu non ti siederai più a tavola senza esserti lavato le mani, e sarai salvo.
ma sei condizionato.

il terrore è un ottimo condizionante. è rapido e funziona anche in assenza del proprio principio attivo.
Perché, una volta sperimentato, condiziona a lungo.

Ma noi che ieri eravamo quella mandria spaventata dai fantasmi, non eravamo pazzi. eravamo il prodotto di un condizionalìmento. come i cani, come le oche, come i soldati, come chi, vedendo un rom, si mette una mano sulla borsa o sulla tasca. Niente di male, sono condizionamenti.
Fa parte del gioco.

Ecco.

Se domani mi dicessero: vieni a un concerto in piazza, gratis, c’è Dylan, c’è Springsteeng, c’è De Andrè resuscitato; io vorrei di certo, ma non so se avrei il coraggio di andarci.
Perché sono condizionata.

Forse la mia voglia individuale sarebbe schiacciata dal mio condizionamento e lascerebbe perdere, lascerebbe direbbe: magari un’altra volta e un’altra volta, direbbe lo stesso.


Peccato perché un concerto di un resuscitato non capita tutte le sere.

martedì 16 maggio 2017

innovative|intelligenti

una cosa che ho notato è che molto spesso, quelli che dicono delle cose molto innovative e intelligenti, che sulle prime ti sembra che cambino di molto il punto di vista e lo rivoluzionino addirittura, in senso poetico e antropologico e politico ed esistenziale, niente, dopo un po' diventano patetici, perché appena si accorgono di avere come dire, fatto un certo effetto, si dimenticano di essere stati ad un certo punto della loro vita in una posizione scomoda (che era la posizione giusta, privilegiata, dalla quale riuscivano a vedere quello che vedevano e che quasi nessun altro riusciva a vedere ) e si mettono comodi, ingrassano, parlano a voce più alta, e cominciano anche a capire che ci possono tirar su qualcosa, da quelle loro intuizioni, e addirittura guadagnare qualcosa. e allora, nella loro comodità, cominciano a diventare così ripetitivi e autoreferenziali e noiosi, che quasi era meglio se non rivoluzionavano niente poeticamente, e lasciavano tutto com'era, che alla fine non faceva molta differenza e non illudevano nessuno.

domenica 30 aprile 2017

pace

A me piace, quando vado in una città, guardare le cose che c'erano già, come certe facciate o certe chiese del cinquecento e pensare: tu eri già qui e ci sarai anche tra un po', dopo. intendendo, che i miei occhi non han potuto perturbarne gli archi le volte o le vetrate e dunque sì, quello starsene ancora lì delle cose molto vecchie. Mi dà pace.

domenica 16 aprile 2017

gesù

a me da piccola piaceva gesù dentro un libro della fondazione s-paolo che mio nonno teneva sul ripiano in alto vicino a una testa pesante e nera posata sopra un piccolo piedistallo, che era una testa di nessuno, un'opera d'arte. questo libro glielo avevano regalato quelli della banca che facevano sempre dei regali così, con le foto di torino vecchie o altre cose che non c'entravano niente. erano dei libri grossi con le figure che stavano in alto. perché mio nonno non leggeva libri d'arte ma solo gialli mondadori e le storie di fantozzi. a me piaceva aprire quel libro grande perché dentro c'erano le fotografie di gesù col sangue. che non era una cosa che si vedeva spesso. anche perché da noi, a casa nostra non c'era gesù. quindi lui stava solo in quel libro e quando lo aprivi sanguinava da tutte quelle ferite. era molto esagerato e grandioso e c'erano dei colori che non si vedevano mai. erano i colori delle chiese.
questo gesù aveva anche facce diverse ma sempre le stesse ferite, una sul petto e sui piedi, dove c'erano i chiodi. e aveva una fronte con le spine conficcate dentro.
questo gesù era non si capisce se vivo o morto, per questo era ancora più bello. io me lo guardavo ma senza dire niente, perché ai nonni non piaceva che si guardassero cose di religione. in genere poi quelle erano cose non per bambini, per via del sangue. ma io lo guardavo facendo finta di sfogliare così, senza dar peso. invece glielo davo, il peso, perché, se dopo tutti questi anni me lo ricordo ancora.

sabato 15 aprile 2017

gesù del libro

a me da piccola piaceva gesù dentro un libro della fondazione s-paolo che mio nonno teneva sul ripiano in alto vicino a una testa pesante e nera posata sopra un piccolo piedistallo, che era una testa di nessuno, un'opera d'arte. questo libro glielo avevano regalato quelli della banca che facevano sempre dei regali così, con le foto di torino vecchie o altre cose che non c'entravano niente. erano dei libri grossi con le figure che stavano in alto. perché mio nonno non leggeva libri d'arte ma solo gialli mondadori e le storie di fantozzi. a me piaceva aprire quel libro grande perché dentro c'erano le fotografie di gesù col sangue. che non era una cosa che si vedeva spesso. anche perché da noi, a casa nostra non c'era gesù. quindi lui stava solo in quel libro e quando lo aprivi sanguinava da tutte quelle ferite. era molto esagerato e grandioso e c'erano dei colori che non si vedevano mai. erano i colori delle chiese.
questo gesù aveva anche facce diverse ma sempre le stesse ferite, una sul petto e sui piedi, dove c'erano i chiodi. e aveva una fronte con le spine conficcate dentro.
questo gesù era non si capisce se vivo o morto, per questo era ancora più bello. io me lo guardavo ma senza dire niente, perché ai nonni non piaceva che si guardassero cose di religione. in genere poi quelle erano cose non per bambini, per via del sangue. ma io lo guardavo facendo finta di sfogliare così, senza dar peso. invece glielo davo, il peso, perché, se dopo tutti questi anni me lo ricordo ancora.

venerdì 17 marzo 2017

primavera



Non vorrei credere alla primavera
per varie ragioni tra le quali il grigiotopo di occhi un tempo azzurri
le manovre accorte di mani che non sanno magie
la scaltrezza con cui
persino i bambini
contano il mondo
spostano macerie di bene
a mare
all'occorrenza

e alcuni presagi di pioggia
che non cadrà e non vorrà cadere
trattenuta dal pudore di un cielo
rammaricato
su nuove gemme
su semi che con tutta la fede spingono
in su
come se cercassero un dio
a sbocciare
Non vorrei credere a questa primavera di fatti inoppugnabili
di pugni duri sbattuti con forza
su pance miti
in nome di qualcosa di sempre più lucido
e luminoso
in nome dei nomi
di tutte le cose confiscate
strappate via dalle mani
in nome della ragione della prudenza dell'odio
che ci fa grandi e piccini
buoni abbastanza
a dar fuoco ai cani
a ridere della povera morte
Non vorrei crederci
ma poi ci credo:
m'inchino un'altra volta
come tutti i mammiferi
quadrupedi corretti
come tutti i sapiens sapiens
insipienti
alla giallitudine stinta e pervicace
ostinata
della primula scema
e altrove
il verde che si prepara a coprire
e tutta la sua pietà.

martedì 14 marzo 2017

contro una specie di rintanarsi



In fatto di scrittura, meglio non avere padri né madri e non avere gambe e gonne sotto le quali raggomitolarsi e sentirsi protetti. Meglio non poter dire: io vengo da lì, quello è il mio luogo e lì, mi si dà ragione. No. Molto meglio scrivere nello smarrimento dei segni, dello smarrimento dei segni, dell'equità di questo smarrimento. Meglio non avere salvezze, che avere salvezze sempre più piccole, sempre più condiscendenti. Meglio non farsi strozzare dal tepore torbido, del sentirsi a casa.

domenica 5 marzo 2017

Mai più


Quando vai a fare qualsiasi cosa da tua madre, come ti è capitato oggi che dovevi stuccarle il lavandino di marmo col bicomponente, ti devi preparare. Per prima cosa non la troverai in casa. Per seconda, quando arriverà, non si accorgerà neanche che hai stuccato il lavandino. Poi dirà: mangiamo una pasta? E l'acqua ci metterà un'ora a bollire perché il fornello non funziona. Poi la pasta sarà troppo al dente e il sugo, prelevato da un barattolo di sugo molto costoso, sarà cattivo. Preparati a non essere per niente soddisfatta di nessuna risposta che ti darà. L'asina è troppo grassa, non darle troppo da mangiare. E' perché non si muove abbastanza. Sì, ma non darle troppo da mangiare. Non si muove. Ma dalle meno da mangiare. Dovrebbe muoversi di più.
Poi, quando torni a casa, preparati ad essere scontenta per tutto il resto della giornata, perché non si sa, e a giurare che mai più andarci a stuccare niente, né di marmo né di legno, né di qualunque altro materiale, a casa di madre. Mai più.



Domenica




Faccio alcune promesse a me stessa, confidando nel fatto che non le manterrò. Almeno, non tutte. Forse, nessuna. Fuori c'è il sole. Domenica.