mercoledì 12 aprile 2017

Il bus con le persone in piedi



Il bus con le persone in piedi
strette sul loro legamento consumato 
hanno dovuto tutti raccontarsi una storia

hanno dovuto tutti credere alle case e agli alberi al cielo
che scappavano.

E gli alberi sono così fortunati 
ad essere visti danzanti,
le case scivolano via come treni
e abbiamo visto tante di quelle nuvole
balzare in un ricordo.

Se nessuno ci guarda, chi può sapere
che siamo passati proprio quel giorno?
















visione

Spiego tutto cosi La stortura lieve del cervello che non metteva in asse. Giustifico ogni cosa a partire da quel parametro non nella norma, che faceva scuotere la testa che faceva capire che non c'eravamo quasi che no, non c'eravamo. Che faceva dire siamo lontanissimi, sua figlia è sempre altrove. Mentre certi spicchi di sole filtravano dalle persiane e guardavo i fili, i riflessi dei fili, sul pavimento.
Già. Già già. Averlo saputo prima, che era meglio non assecondare. Correggere.
Tutta questa fiducia nella visione, cresciuta brada.

martedì 11 aprile 2017

famiglia

la mamma se ne viene con la macchina sotto casa mia
a prendere un cuscino che le ho detto che le davo
telefona che scenda
perché lei figurati se sale
comunque prende il cuscino, glielo passo dal finestrino
se lo mette sul sedile di fianco
tutto sporco di cose di pecore
e poi dice che ha caldo
e poi mettendo il gomito sul finestrino
che è un po' triste perché le hanno telefonato dall'Irlanda per dirle che un suo amico irlandese
ha il cancro al cervello,
e qui ci ricolleghiamo allo sport di famiglia
cominciato da mia nonna con i coloranti dei ghiaccioli
che consiste nel ricollegare tutto a dei nemici da scansare
per non morire,
che in questo caso si addensano nel cellulare
che mia madre dice Io lo tengo spento, adesso.
Certo, penso, figurati. Noi non moriremo,
siamo così previdenti.
Il cellulare. Poi anche altre cose.
Comunque quando sono tornata a casa
ho subito telefonato a Gi per dirgli, lo sai
che un amico di mia madre irlandese gli venuto il cancro (mentre lo dico capisco già che Gi ha capito dove voglio andare a parare) al cervello, è tutta colpa del cellulare quindi non lo usare.
E Gi dice, sì sì, capisco, ho capito quella cosa lì (si capisce che sta in mezzo ad architetti e non può parlare)
Certo. Non ti preoccupare figurati.
Poi quando metto giù penso che mia madre è una stronza, ma non per il cellulare, solo così, un pensiero mio.

sabato 8 aprile 2017

nostalgia di quel rialzarsi

Nostalgia della nostalgia 
Che avevo nel letto di Milano
A ventitré anni
Del chinarsi di mia bisnonna
Sui fiori 
Nel giardino di mia nonna
Col foulard come lo chiamava lei
Quel l'odore di crema per le mani
Glicemille
Quella nostalgia che avevo a ventiquattro anni per la lontananza
Di qualcosa che era solo lontana
Che adesso ho per tutto
Quello che è perduto nell'indietro
Del non esserci più
Della nostalgia stessa,
Di Milano, del letto, e l'inchino
Del vuoto che prende posto
Il deserto che avanza
Il silenzio, al posto delle voci
Di me e di mio fratello che giochiamo fuori,
Del fuori,
L'erba che cresceva verde
Più verde
Del verde che vedono gli occhi per la prima volta
Delle certezze di certe cose che succedono sempre, si ripetono, si ripetono fino al silenzio
Poi non si ripetono più
Smettono
Del tornare all'esterno delle cose
Nel letto di Milano
Quando la nostalgia era ancora un foulard e poche altre polaroid
Un contenuto semplice
Un fardello piccolo
Portabile
Lo sbattere degli occhi
Reversibile
La nostalgia di quell'alzarsi
Portarsi dietro tutte le cose ancora non diventate
Niente.

sabato 1 aprile 2017

la gatta e la gattina

N ha sempre avuto cani e gatti. Poi, invecchiando, solo gatti. I cani sono un impegno. Per un periodo ha detto: non voglio più animali, sono troppo vecchia per gli animali. Poi c'erano due gatte, una mamma e una figlia. La mamma aveva appena partorito ed era selvatica.
N ha detto: porto loro da mangiare fuori, ho messo una cuccia, perché stiano riparate. Ma in casa non le voglio.
La mamma gatta era la più selvatica, per sterilizzarla le hanno teso una trappola: una cuccia con le sbarre che si richiudono. Attirata dall'odore di una buona polpetta di carne la gatta era entrata e zac. Niente più gattini. Non si aggiungeranno nuove sofferenze alla sofferenze di questa terra.
Quando la gatta si è svegliata, era ancora più selvatica di prima.
Le lascio da mangiare fuori dalla porta, ha detto N, ma a entrare non si fida.
La figlia invece adesso vive in casa. N dalle cinque della sera non vuole visite, perché ha paura che, aprendo la porta, le esca la gatta. Che lei chiama la gattina, anche se ormai è una vera gatta. La gatta è sempre la madre, la gattina, sempre la figlia. La gattina non è in discussione. Per un po' N aveva creduto  di non volere più gatti, ma poi, insomma, cosa doveva fare? lasciarle morire di freddo e fame?
Dice che la gatta è stata di qualcuno che morto e lei è rimasta così, sola.
Queste gatte vivono in questo modo, la madre fuori, selvatica, la figlia dentro, gatta di casa. 
Non giocano, si guardano appena. Quando la gatta, diffidente, si avvicina al piattino accanto alla porta, la figlia, se può, le ruba il cibo. Non si ricorda, dice N. O forse è normale così.
N tutte le volte dice che animali non ne vuole, perché vuole essere libera. Libera di viaggiare. Magari mi piacerebbe vedere Milano, una volta. Ma poi, Milano. 
A volte, di notte, se ci sono i tuoni, N si sveglia, va alla finestra a vedere dov'è la gatta, se è riparata. 
Ha paura del temporale.
N, se vede la gatta, torna a letto. Se non la vede, si mette a mettere a posto qualcosa, le carte, piegare tovaglioli. Finché il temporale non è finito.
La gattina sul letto, aspetta.


mercoledì 22 marzo 2017

lectio magistralis alle pecore di mia madre

care pecore,
siate felici, tanto molto probabilmente, morirete lo stesso.
Oppure non siatelo, tanto non frega niente a nessuno, della vostra felicità.
Se tra voi dovessero esserci dei poeti, fissati con la condizione basale dell'infelicità
come fonte necessaria cui attingere per dissetare la propria musa
dite loro che la povertà è un'enorme cazzata.
Se alcune di voi brucano in prati verdeggianti, questo non significa che beleranno
male, o meno, o meno bene delle altre. Significa solo che avranno più tempo per guardarsi intorno
e pensare. 
Pensare può anche essere pericoloso, ma non avere tempo per farlo, è avvilente.
Care pecore, che mi ascoltate miti, senza protestare e con l'aria di chi ha davvero
voglia di comprendere a fondo i miei suggerimenti, 
non lasciatevi incantare dalle cose futili, andate dritte alla sostanza. Se la vostra natura
vi indica una strada, non imboccatene un'altra solo perché la vostra vicina e la vicina della vostra vicina 
e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina e la vicina della vostra vicina, dicono che è migliore. Non fatelo. Perché verrà un momento, presto o tardi, nel quale vi accorgerete che era meglio non seguirle e andare per la strada che sentivate vostra. Non perché fosse migliore, ma perché non c'era nessuna differenza. 
Il fatto di fare le cose che fanno tutte le altre, non vi metterà al riparo né dai lupi (se esistono, qualora esistessero) né dai macellai.
Care pecore, siate pecore coraggiose, perché ci vuole molto coraggio ad essere pecore, come ad essere qualunque altra cosa. Dato che l'essere, comporta per sua natura intrinseca lo spavento, l'orrore e la vertigine nauseante, della coscienza dell'impermanenza. (Quest'ultima parte della lectio, mi rendo conto, si avvale di un linguaggio più complesso della prima, ma non per esercizio di retorica, solo perché, per spiegare alcuni concetti, non si puo' evitare di usare certe parole).
Care pecore, voi state lì, brucate, come se non ci fosse nient'altro. E in effetti, a guardare bene, non c'è quasi nient'altro. Ma quasi, c'è. Ossia: Voi e il vostro brucare, di per sé, per l'universo, ma anche per molto meno, diciamo anche per le pecore che brucano da un'altra parte, più lontano di qualche collina, non esistete. Se non per l'erba che viene strappata dai vostri denti o per le vostre vicine che vorrebbero strapparla prima e più di voi, con i propri denti. I denti delle vostre vicine non sono i vostri denti, l'erba strappata dai loro denti, non ingrasserà voi. Ma questo, dal un punto di vista lievemente più elevato di quello su cui poggiate i piedi, è irrilevante. Che voi siate voi, individualmente, o che voi siate qualcun'altra, cioè, quella di fianco o quella dietro, o vostra nonna o la figlia della figlia della vostra vicina gregge, non significa nulla. Voi non significate nulla. Di per voi.
Se volete significare, dovete sforzarvi. 
Questo lo dico non perché, al vostro sforzo corrisponda poi effettivamente un significato, ma solo perché il significato, diciamo, è lo sforzo stesso. 
Il vostro sforzo è la sola cosa vostra che vi permetterà di riconoscervi, se mai un giorno avrete voglia o il bisogno, o vi coglierà lo sfizio di farlo, per quello che siete.
Il vostro sforzo, è tutto. Potrebbe essere anche poesia, anche se non è detto. 
Quindi, tornando al discorso iniziale sulla poesia, appunto, levatevi dalla testa l'idea che qualcosa possa garantirvela. Che qualcuno possa insegnarvela. Che mettendovi in qualche posizione particolare, direzione particolare, condizione particolare, seguendo particolari studi, praticando particolari discipline eccetera, essa possa colarvi addosso e pervadervi e illuminarvi della sua luce. No. 
Quindi di conseguenza, anche quello che vi sto dicendo io, potrebbe essere una cazzata. Non è detto che lo sia, ma non è detto che non lo sia. 
Cercate di no credere alle cose solo perché qualcuno ve le dice come se vi stesse dicendo qualcosa di importante.
Alla fine, mi rendo conto che questa lectio magistralis per voi, pecore, andrebbe bene anche per me. Dato che molte delle cose che vi ho consigliato di fare, non le faccio, perché non le so fare o non ho la forza per farle. 
Ecco, in fin dei conti, l'unica cosa che mi viene da consigliarvi, prima di chiudere e di andarmene, e di essere, com'è naturale, dimenticata, è di non arrabbiarvi con voi stesse per la vostra debolezza.
Fateci pace. Anzi, portatela a spasso, brucate per lei. 
Andate in pace.