martedì 5 aprile 2016

ACCADE








(accade) 



Troppo sotto i nostri occhi
troppo in fretta o troppo lentamente
i sensi non possono cogliere
non possono colpire. Accade.
Vorrei difenderti con il coltellino
con il cacciavite a stella e il cavatappi 
che serve per tutte le cose.
Vorrei difendermi.
Prendo la tua mano perché esiste
la prendo come un fiore
perché esiste
cerco lì una via di fuga.
Avevo una fede delicata
nelle foto di pochi anni fa
credevo molto
nel dentro 
che dentro si svelava.
I nostri alberi hanno salutato
il cielo.

lunedì 4 aprile 2016

appunti su Don Chisciotte



Uno
Lui. E' lui che non ricorda nulla, che cerca di ricordare chi è.
Sancio cerca di fargli riconoscere le cose, perché lui deve fare questo lavoro: restituire senso a ciò che non lo ha più.
Passano mille volte davanti ai mulini a vento e Don Chisciotte non ci fa caso, non li vede. Sancio dice Non ti dicono niente?
Don Chisciotte dice Cosa?
Sancio dice Quelli, quelle cose lì.
Don Chisciotte li guarda e dice No perché?
Sono giganti, dice Sancio.
Ah, dice Don Chisciotte.



Il compito di Don Chisciotte è di restituire al mondo una parvenza di senso e poesia. 
Ormai tutto è illeggibile. La realtà non è solo prosaica, è illeggibile. Non perché non abbia senso, ma perché è una moltiplicazione di sensi infinita. Le forze spingono da talmente tante parti che alla fine, mescolandosi, non sono più interpretabili.
Quindi Don Chisciotte, come Kafka, affronta il vuoto, l'inconoscibile, l'angoscia della mancanza di senso. In questo senso sì, si mette a combattere.
Combatte con l'invenzione.
Inventa cose che hanno più senso. Un po' di più.
Che senso ha un mulino a vento? Nessuno.
Un mulino a vento può avere un'utilità, ma non un senso. Non vuole dire niente.

Allora, 
da una parte Don Chisciotte, di mestiere fa questo: veste la realtà di bellezza, la riconsegna all'umanità, assegnandole valori e attribuendole senso di cui, di per sé, la realtà è priva; ma dall'altra il suo compito diventa talmente difficile e improbo che lui stesso si perde, dimentica, tende ad arrendersi.

Sancio ha bisogno di Don Chisciotte, perché senza di lui il mondo è solo una macchina, un'enorme macchina schiacciante e cieca, che agisce per sé sola, né contro né a favore degli uomini. E' un ingranaggio senza leggi umane (Kafka), e privo di pietas.

Quindi Chisciotte diventa uno strumento di salvezza, perché, al contrario di K, lui possiede uno strumento di riscatto: l'inventiva. Lui è un taumaturgo, è colui che crea ciò che necessita di essere creato. ciò senza la cui realtà, la realtà non è più reale.

Quindi Chisciotte è l'umano. 
La misura dell'umano.
Esprime il bisogno dell'uomo di spiegare tutte le cose a propria misura.
A proprio vantaggio (forse, anche).


Ma il nostro Don Chisciotte è anche stanco, e malato. Provato dalle fatiche. E smemorato.
Non sa più chi è. Non è più in grado di ricordarsi tutto. La propria storia, il proprio ruolo.
A volte si ricorda, a volte no.

A volte lotta. A volte non capisce.
Quando non capisce Sancio deve sostituirsi a lui, imboccarlo, cercare di riattivarlo.


Continuo a pensare a una realtà orribile. Fatta di schiavi che muovono le cose. Cinesi che pedalando fanno girare le pale dei mulini a vento.
Esseri sub umani.
Ridotti a uno stato sub umano, che lavorano per creare la realtà, per dare rispettabilità alla realtà.
Questi lavoratori sono invisibili.
Sancio non li vede.
Il pubblico li vede ma non li riconosce, perché nessuno ne parla.
Nessuno parla del fatto che sul palco non c'è solo la storia del Cavaliere dalla triste figura, ma qualcos'altro.
Un popolo di schiavi, di gente compie delle mansioni per far funzionare la macchina.
che però non è vista.

Mi interessa quest'idea della realtà che non si riesce a tenere insieme, che non si può leggere tutta in una volta, ma solo per parti.

Il fatto che Don Chisciotte sia uno strumento nelle mani del sistema, che attraverso la sua capacità di costruire senso e bellezza, diventi in un certo senso, uno strumento reazionario. Colui che rende tollerabile, accettabile, l'orrore. Che lo rende meno orribile.
In questo senso lo si può considerare come l'artista.
L'artista che allo stato attuale dei fatti serve da distrazione, da consolazione, da intrattenitore. Perché non può dire ciò che vede, perché se lo dicesse o nel momento in cui lo dice, smette immediatamente di essere commerciabile. Diventa trasparente.

Ciò che una volta era temuto, adesso è ignorato.
Ciò che una volta costituiva pericolo, adesso è minimizzato, ridicolizzato.

La sola cosa che ha valore è ciò che è in grado di rendere la realtà accettabile, laddove la realtà è vieppiù iniqua intollerabile e inspiegabile.

Don Chisciotte si rende conto, a momenti, a tratti, di essere uno strumento pericoloso nelle mani di qualcosa che potrebbe utilizzarlo a fini impropri. Ma dimentica.
Dimenticare, dimenticarsi, è il suo strumento di difesa contro la responsabilità.

Nessuno vorrebbe essere il responsabile della propaganda di un sistema di oppressione. 
Nessuno vorrebbe essere ritenuto tale.
Ma qualcuno, questo lavoro, lo deve fare.
Perché l'alternativa è il caos, o, nel migliore dei casi, la rivoluzione. Ma anche la rivoluzione deve essere inventata, deve poggiare su qualcosa.
Senza un sistema, senza un immaginario, non può esserci alcuna reazione di difesa.
L'umanità si lascia distruggere perché non è più in grado di opporre un disegno. Le linee divergono, gli esegeti si arrendono.

I soli che ancora possiedono le istruzioni per l'uso del mondo, sono i mercanti di schiavi.


sabato 2 aprile 2016

canto d'amore numero due (di sei)

Queste sono le altre cose, sono quelle che restano. Invece molte altre, con i respiri, un po' per volta, sono andate. 
A furia di respirare. 

Sono i giorni che senti il coraggio dentro in basso che spinge come una spada. 

Così adesso sei qui, nei passi che vanno, avanti e indietro, per il corridoio. Sei nei passaggi di quella che entra apre la finestra lava sposta solleva. Dà un ritmo.
Il contenitore è vuoto, le pareti, tutto.
Ti giri da un'altra parte per continuare a non essere lì. 
Pur di restare.
Non c'è. 
Fuori dentro la finestra. La stanza spoglia.Lui non morto,spento.

Sei lì per restituire qualcosa, per riattivare la circolazione, e per le parole. Le sue parole. Per restituirgli qualcuna delle sue parole.

Per vestirlo. Per soffiargli la vita dentro, di nuovo, l'anima. 
Al solito.

E così ti metti a piegare tutto, maglie maglioni magliette, e di ciascuna dici Questa è buona e La mettiamo qui.

Nell'armadietto metallico. Ogni cosa reca il suo nome. 
Il suo nome su ogni cosa, etichetta, scatola, perché niente si perda più.
Tu non ti arrendi (brandelli di luce a tratti, di lui, a tratti, che ti richiamano dentro). 
A tratti, quello che vedi, ti ricorda.
Fin qua, fino a questo punto come Orfeo, ti sei avventurata nella zona proibita, quella dalla quale non si ritorna, per quello che non si può vedere, che non si dovrebbe vedere. E tu lo vedi e tu lo sai. Gli prendi la mano, la riprendi, lo sollevi in aria, pur di traghettarlo fuori, farlo volare via, restituirlo all' aria. Portarlo in salvo dove tutto è fatto per essere visto con occhi normali. Vestirlo di passi normali, tovaglioli normali, le guglie del duomo, perché no? biglietti del treno.
E' il suo guscio, non ti dà pace.
Il suo garbo antico insiste a batterti il cuore.






mercoledì 30 marzo 2016

canto d'amore numero uno

Noi ci ritroviamo sempre in questa situazione, te ne sei accorto, di far ridere gli altri di qualcosa, per causa nostra o merito nostro. Anche per strada ci vedono. 
A me delle volte prende questa cosa del tempo, che non è né brutta né bella. 
Noi facciamo tutte le cose insieme, quando possiamo, ma siamo sempre diversi, perché io cammino nella mia preoccupazione e nel mio grande spavento di tutto quel vento che può arrivare, mentre tu cammini da un'altra parte, e guardi, ma non molto. A te non piace pensare a niente. A te non piace che ti dica di pensare ai tappeti, non ti va di pensarci. Perché anche solo i tappeti delle volte possono essere troppo. Se prima ci sono altre cose già pesanti per conto loro, fin dal mattino e dici che già non se ne può più quando comincio. Allora io non dico niente, dei tappeti. Li lascio stare. Anche se ci penso. Perché è normale pensarci. E' giusto pensarci. Però non più di tanto, come dici tu. Infatti molte volte io capisco che tu hai delle ragioni. Lo so che le hai. Però non le vedo. Non posso vederle perché non sono in te, non sono nello stesso punto dello sguardo. E il mio sguardo poi guarda molto diverso. Per me i tappeti, ma anche altre cose, ad un certo punto si fissano lì, diventano molto grandi, e restano. Tu mi potrai dire che non è niente, ma secondo me, anche il niente va saputo. Il niente non è una cosa da poco.
Tu, molte volte, lo sento che non vuoi stare dove sto io, che ci stai solo per non lasciarmi sola. 
E lo so.

lunedì 21 marzo 2016

dal diario del quotidiano

Stanotte Gi ha detto, per i debiti che si sono accumulati sarebbe importante avere un secondo stipendio. Io all'inizio pensavo intendesse dire che voleva cercarsi un altro lavoro oltre al suo, per arrotondare, ma poi, quando si è fatta l'alba, ho capito che parlava di me, che era mio il secondo stipendio di cui parlava dicendo che ce ne sarebbe stato molto bisogno. Allora prima mi sono sentita molto triste, e volevo dormirci sopra, poi mi sono svegliata di cattivo umore, e ho pensato di andare a tagliare i capelli a mia nonna. Non aveva molto bisogno di tagliare i capelli perché, mi ha detto, l'ultima volta me li hai tagliati con la luna calante, sono ricresciuti poco. Comunque alla fine glieli ho tagliati poco poco, dietro il collo e un po' davanti e mi ha dato trenta euro e una bottiglia d'olio toscano da un litro.

mercoledì 16 marzo 2016

ci voleva coraggio

Poi improvvisamente mi viene in mente il caldo nella pancia ma anche al fondo della gola che mi veniva quando per sbaglio a casa di mia bisnonna dal vassoio delle caramelle pescavo quella al brandy. La scartavo e lo sentivo che era più appiccicosa delle altre, ma non me ne importava. La mettevo in bocca. Cominciavo a sentire quel caldo che brucia e passa dalla bocca al dentro che mi spaventava ma era bello. Una cosa da grandi e un segreto. Pensavo, il nonno si mangia queste caramelle. Non mi piacevano perché erano brucianti e quasi amare. Però erano da grandi, erano le caramelle per gente adulta. Ci voleva coraggio. 

come farci fare visita dai morti

Sara dice che i morti tornano, in una stagione precisa, cioè tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno. Dice che passano dallo specchio, che per loro è come una finestra, se non c’è lo specchio loro non possono passare.
Quindi ci vuole lo specchio. E quello c’è.
Poi servirebbe una fotografia, e qualcosa di buono, o di bello. Qualcosa che a loro piaccia, per invogliarli a venire. Forse dei fiori, o dei dolcetti, o della farina dolce.

Ecco. Tutto qui. Perché i morti non hanno molte pretese, a quanto pare.