QUI C'È DISORDINE. NON È UN'IMPRESSIONE. È PROPRIO COSì.
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sabato 30 gennaio 2016
le famiglie omosessuali e il babau
Non riesco a capire perché, in un mondo nel quale tutto desta preoccupazione: dal surriscaldamento globale all'isis, dalle logiche del mercato al cancro alla prostata, dall'olio di palma alla politica sull'immigrazione, qualcuno voglia farci sentire minacciati anche da una cosa così privata e inoffensiva come la famiglia.
Quando noi abbiamo molta paura di qualcosa, è spesso perché qualcuno ha interesse a far sì che noi coltiviamo quella paura.
Le reazioni di paura più violente sono generate da coloro a cui le nostre paure servono così: brutte, irrazionali e depravate.
Ma torniamo alla domanda d'inizio.
Si può supporre che da qualche parte qualcuno desideri alimentare la nostra paura delle famiglie gay, per qualche ragione che non ci è dato spiegarci. Le famiglie gay cosa ci potrebbero mai fare di male?
Niente di niente di niente. A noi.
Forse è questo che ci spaventa.
L'idea di avere davanti agli occhi la prova tangibile del fatto che una famiglia gay non possa farci proprio niente di male.
Perché finché non ci saranno famiglie omosessuali, potremo continuare a pensare che, se ci fossero, ci danneggerebbero tantissimo in qualche modo non chiaro, come il lupo cattivo o il babau o il malocchio o i venerdì tredici.
Invece, dal momento in cui esiteranno, nessuno potrà più farne uno spauracchio, saranno lì e basta, e con il tempo, come la messa in italiano, il voto alle donne, gli antibiotici, il vaccino contro il vaiolo e il fatto che la Terra giri intorno al Sole, ci abitueremo a considerarle un fatto normale, assodato. Avremo allora di sicuro paura di qualcos'altro (i soffioni, i campi da tennis, i cumulo nembi). E le famiglie gay saranno come tutto il resto è: buone, cattive, fallimentari, esemplari, tradizionali.
domenica 17 gennaio 2016
militanza
Ieri alle undici c'era il flash mob dal titolo Io vado da sola a Porta Palazzo, al quale io ho partecipato perché mi sembrava che ne valesse la pena. A volte mi prende così, una su dieci dodici, la voglia di impegno civile, l'indignazione fugace. Che poi passa. Comunque vado a Porta Palazzo e lascio la macchina in un parcheggio sotterraneo. Veramente sotterraneo. E salgo su. Siccome ero in anticipo di mezz'ora sull'orario dell'appuntamento, al mercato dei contadini non c'era nessuna di quelle che aspettavo io, cioè: un centinaio di donne pettinate bene, alle quali avrei dovuto aggiungermi per andarcene in giro a farci fotografare con migranti (trovati lì, ma anche alcuni avvisati di venire, nel caso non ci fossero abbastanza migranti spontanei ) per far vedere che non è pericoloso per le donne, come invece dicevano alcuni, in particolare una giornalista su La Stampa, che lasciava intendere di essersene andata in giro per Porta Palazzo e che le avevano fischiato dietro o fatto commenti vari per la sua avvenenza, ma sempre (e solo) in arabo. Allora noi eravamo lì per dire: Macché, non è vero niente, noi, guardateci, camminiamo qui, e nessuno ci dice dietro niente.
Prima di tutto mi compro un sacchetto di minestrone perché costa solo un euro e cinquanta, è già pronto e sembra molto fresco.
Poi mi compro anche delle foglie di cavolo nero e una rapa, in tutto spendo tre euro.
E mi guardo in giro.
Non una femmina del mio tipo.
Non un migrante di quelli che servirebbero a noi.
Allora penso: sempre così, non ci devi più andare a queste cose. Tutti dicono Ci sono di certo,vengo fisso, contateci,ci sarò,invece poi alla fine desistono, si svegliano tardi, hanno impegni, si scordano, comunque non ci vanno.E tu che ti sei alzata stamattina che non te ne fregava più di dimostrare niente, che dei fatti di Colonia dentro di te te ne strafottevi, che dell'opinione pubblica e della stampa, de La Stampa, ancora di più, perché sei fondamentalmente una depressa asociale cronica pessimista e sfiduciata nei confronti dell'umanità nel suo complesso,che ti fa schifo e non ti senti di difendere per niente, ti sei fatta la doccia, ti sei messa un po' di mascara, un velo di trucco, e sei qua, pronta a reclamar diritti.
Mah.
Diritti diritti diritti per tutti.
Che poi ti chiedi, cosa ne penserebbero i migranti di vedere te, che per i loro standard hai l'età media di una loro bisnonna, aggirarti per un mercato ortofrutticolo sotto le mentite spoglie di una figa potenziale in qualità di esca alla quale fischiare o alla quale toccare il culo, vedi tu, per dimostrare all'opinione pubblica, che per altro di te se ne frega almeno quanto tu te ne freghi di lei, che loro, questi ideali migranti stereotipati, cioè neri e devoti a Maometto, non ti molestano quando cammini a Porta Palazzo, ma dai.
Vabbè, dici, ormai ci sono.
Alla fine ci siamo incontrate. Eravamo già tutte lì, ma non ci vedevamo perché c'eravamo mimetizzate tra i banchetti.
Però non eravamo cento. Eravamo una quindicina.
Allora a me è venuto quel senso di odio per me stessa che mi viene su e penso: Cosa fai, ancora? Vai via non vedi che sei ridicola.
Però poi, nei confronti delle altre lì,infreddolite in piedi, non mi sembrava bello. Allora sono rimasta con loro a fare gruppo. Gruppetto.
Hanno scritto dei cartelli. Sopra c'era scritto Io non ho paura, io cammino da sola a Porta Palazzo No al razzismo eccetera.
Erano scritti su dei pezzi di scatoloni di cartone con il pennarello.
Una cosa già di per sé mediaticamente fallimentare.
Però poi non so, stando lì insieme, con questi cartelli, ed essendo appunto insieme, non era più così male. E un po' di gente, non molta, si fermava a guardare il nostro gruppetto di(prevalentemente) signore di una certa età non preoccupate di camminare da sole e qualcuno diceva È vero! qui a Porta Palazzo non è un posto dove le donne non possono camminare da sole, è un posto come un altro.
Oppure c'erano dei migranti casuali, non convocati, che si avvicinavano incuriositi e e quando capivano il perché del nostro bivacco sembravano contenti e si mettevano in posa per la fotografia, e poi salutavano e ci sorridevano. Davvero.
Allora poi anche le uova, tutte le cose lì intorno, avevano preso un'altra luce. Era come se tutto avesse ricevuto un senso. Non un senso enorme, un senso e basta.
E il senso era che a tanto corrisponde poco, pochissimo, ma non niente.
Prima di tutto mi compro un sacchetto di minestrone perché costa solo un euro e cinquanta, è già pronto e sembra molto fresco.
Poi mi compro anche delle foglie di cavolo nero e una rapa, in tutto spendo tre euro.
E mi guardo in giro.
Non una femmina del mio tipo.
Non un migrante di quelli che servirebbero a noi.
Allora penso: sempre così, non ci devi più andare a queste cose. Tutti dicono Ci sono di certo,vengo fisso, contateci,ci sarò,invece poi alla fine desistono, si svegliano tardi, hanno impegni, si scordano, comunque non ci vanno.E tu che ti sei alzata stamattina che non te ne fregava più di dimostrare niente, che dei fatti di Colonia dentro di te te ne strafottevi, che dell'opinione pubblica e della stampa, de La Stampa, ancora di più, perché sei fondamentalmente una depressa asociale cronica pessimista e sfiduciata nei confronti dell'umanità nel suo complesso,che ti fa schifo e non ti senti di difendere per niente, ti sei fatta la doccia, ti sei messa un po' di mascara, un velo di trucco, e sei qua, pronta a reclamar diritti.
Mah.
Diritti diritti diritti per tutti.
Che poi ti chiedi, cosa ne penserebbero i migranti di vedere te, che per i loro standard hai l'età media di una loro bisnonna, aggirarti per un mercato ortofrutticolo sotto le mentite spoglie di una figa potenziale in qualità di esca alla quale fischiare o alla quale toccare il culo, vedi tu, per dimostrare all'opinione pubblica, che per altro di te se ne frega almeno quanto tu te ne freghi di lei, che loro, questi ideali migranti stereotipati, cioè neri e devoti a Maometto, non ti molestano quando cammini a Porta Palazzo, ma dai.
Vabbè, dici, ormai ci sono.
Alla fine ci siamo incontrate. Eravamo già tutte lì, ma non ci vedevamo perché c'eravamo mimetizzate tra i banchetti.
Però non eravamo cento. Eravamo una quindicina.
Allora a me è venuto quel senso di odio per me stessa che mi viene su e penso: Cosa fai, ancora? Vai via non vedi che sei ridicola.
Però poi, nei confronti delle altre lì,infreddolite in piedi, non mi sembrava bello. Allora sono rimasta con loro a fare gruppo. Gruppetto.
Hanno scritto dei cartelli. Sopra c'era scritto Io non ho paura, io cammino da sola a Porta Palazzo No al razzismo eccetera.
Erano scritti su dei pezzi di scatoloni di cartone con il pennarello.
Una cosa già di per sé mediaticamente fallimentare.
Però poi non so, stando lì insieme, con questi cartelli, ed essendo appunto insieme, non era più così male. E un po' di gente, non molta, si fermava a guardare il nostro gruppetto di(prevalentemente) signore di una certa età non preoccupate di camminare da sole e qualcuno diceva È vero! qui a Porta Palazzo non è un posto dove le donne non possono camminare da sole, è un posto come un altro.
Oppure c'erano dei migranti casuali, non convocati, che si avvicinavano incuriositi e e quando capivano il perché del nostro bivacco sembravano contenti e si mettevano in posa per la fotografia, e poi salutavano e ci sorridevano. Davvero.
Allora poi anche le uova, tutte le cose lì intorno, avevano preso un'altra luce. Era come se tutto avesse ricevuto un senso. Non un senso enorme, un senso e basta.
E il senso era che a tanto corrisponde poco, pochissimo, ma non niente.
mercoledì 13 gennaio 2016
dove si voglia purché da qualche parte
Quelli che si amano si rispettano si fanno del bene respirano e si fanno l'automassaggio del collo
perché la natura o un dio non fanno colare un po' di miele anche da queste parti?
Sarei una fedele molto servizievole. Adorerei un piede, una scarpa.
Lasciatemi entrare.
Il tepore della certezza nel fatto che certe cose, aglio, rosmarino, ma anche bicarbonato, sale negli angoli, possano qualcosa. Abbiano un certo potere.
Certi cristalli, ma anche l'esercizio fisico praticato con costanza e misura.
La respirazione ben amministrata.
Ingoiare un dio. Averlo dentro come una luce che illumina tutto e tutti. Essere compresi e intrisi di una qualche bontà. Scarpe da ginnastica. Mani congiunte. Mandala. Semi di lino.
Dove si voglia purché da qualche parte.
venerdì 8 gennaio 2016
un deserto vale l'altro
A proposito del viaggiare, io non ho viaggiato tanto. Non ho visto: gli Stati Uniti, la Russia, la Svezia il Brasile, lo Yemen, il Perù. Sono molti di più i posti dove non sono stata, che quelli in cui sono stata. La Francia però, l'ho vista tante volte,l'ho girata in lungo e in largo, perlopiù però ci sono stata ferma, stavo lì, in Francia, senza visitarla. Alla fine non potrei dire di aver visitato la Francia come s'intende dire quando si dice Ho visitato, per esempio l?india, o le Filippine.Io mi sa che ho un problema col visitare i luoghi. Non mi piace, perché mi dà l'idea di uno sperperamento, anche se non so di cosa. Cosa si dovrebbe sperperare, a visitare un posto, una nazione, non si sa proprio. Però per me, dentro di me, è così. E ho anche paura dell'aereo. Non proprio una paura da non poterci salire,ma prendere l'aereo,non so, mi pare una cosa arrischiata, non naturale. Non mi piace salire in su tutto d'un colpo, anche se tutti dicono che è meno pericoloso che lo stare sospesi. Le cose più pericolose, quando vai in aereo,dicono, sono salire e scendere. A me, delle due, fa più paura il salire, perché il scendere si è quasi arrivati, bisognerebbe proprio essere sfigati a cadere mentre si scende.
Per tornare al viaggiare, ultimamente mi dico che ci sono dei posti che vorrei vedere. Mi piacerebbe andare in un deserto ma, non conoscendo i deserti, non saprei dire quale deserto nello specifico. Un deserto vale l'altro, mi dico. Sono proprio una persona di strette vedute, senza orizzonti.
Una volta o l'altra mi piacerebbe anche andare sulla Transiberiana, o in Finlandia, o in Lapponia. La Lapponia dev'essere un po' come la Finlandia, ma ancora un po' più fredda. E la gente dev'essere molto socievole, perché i posti a bassa densità abitativa dovrebbero posti dove le persone si parlano più volentieri, non sentendosi addensate.
Un altro posto dove mi piacerebbe andare è Praga, perché Praga è d'oro.
Dici dici, poi resti sempre qua.
Già.
sabato 19 dicembre 2015
leggere tutto e dimenticare tutto.
Pensavo alla letteratura. Ogni tanto ci penso.
Oggi, sono andata prendere mia nonna per portarla a pranzo da me. In macchina mi ha detto La dottoressa ha detto che alla testa (è caduta una settimana fa e ha battuto la testa) c'era una commozione cerebrale, ha detto che dovevo andare all'ospedale, che se fosse per lei ci dovrei andare anche adesso.
Ma tu non ci sei voluta venire all'ospedale, quando siamo venuti noi.
No. Infatti, dice mia nonna.
E invece ci saremmo dovuti andare, ma tu hai fatto resistenza.
Sì,dice mia nonna. Lattes, l'ultima volta che l'ho visto al tempio, mi ha detto Si ricordi che col suo cuore la sola cosa da fare è non prendere nessuna medicina.
Cosa c'entra Lattes.
Lattes era un dottore.
Il cuore è un'altra cosa nonna, noi andavamo lì per la testa.
Tua madre mi ha detto che io non le ho detto che avevo perso conoscenza.
Hai perso conoscenza?
Sì.
Non l'hai detto neanche a noi quando siamo arrivati.
Non mi ricordavo.
Ci volevi far mandare via.
Non era la mia ora.
Magari ti facevano una TAC
Appunto. E poi mi facevano le loro cazzate.
Nonna.
Sì. Lattes non era un dottore di quelli che ti fanno fare i raggi. Era di una scuola contro.
Contro i raggi?
Non esistevano.
Se andavamo all'ospedale, se avevi un'emorragia ti facevano un'operazione d'urgenza alla testa e ti salvavano.
Col mio cuore.
Col tuo cuore.
Quelli non sanno niente del mio cuore. non sono abituati. Il mio cuore è talmente aritmico, quelli si mettono in testa di raddrizzare tutto, mi davano chissà cosa, e ciao.
Glielo spiegavi.
È andata bene così, no? Sono viva. Non era la mia ora. (...) Lattes mi conosceva fin da piccola perché il nonno aveva un medico dei tranvieri che però non si muoveva, ci aveva mandato Lattes che era un giovane, sai, un giovane, non ancora sposato. Noi c'eravamo presi tutti e tre il morbillo, prima Candida, poi io e poi Umberto, e i nonni facevano il turno per seguirci. Però Candida era poi guarita dopo due settimane, invece a me e Umberto era rimasto. Dentro. Non usciva. E a me era venuta la doppia polmonite con la febbre fino a quarantadue. La nonna mi metteva dentro le lenzuola bagnate tiepide per far abbassare la temperatura di due gradi. Non c'erano molti rimedi. Però la nonna Agata si era dimenticata di dire alla nonna che dovevano interrompere la Fenicillina. A quei tempi non si sapeva. Poi è arrivato Lattes, ha detto alla nonna Ha interrotto la Fenicillina? E la nonna ha detto no, perché la nonna Agata si era dimenticata di avvisarla. Lei la metteva in un'ostia bagnata, quella polvere, e me la dava, dice Manda giù. E Lattes ha detto Adesso basta.
Così poi il mio cuore. Non si sa cosa sia successo. Non lo sanno neanche adesso come si cura il mio cuore. E Lattes ha detto, poi, quando ormai mi dava del lei, un giorno che uscivamo dal tempio, che lui al tempio ci andava solo per il kippur, perché non era per niente religioso, ha detto Si ricordi, che lei, col suo cuore, meno roba prende meglio è. Si era poi sposato. Quando ormai era il dottore già di tua madre. Gli avevano fatto il corredo. Lui ha detto Non pensavo di sposarmi, ma ancor meno pensavo di sposarmi con un'ebrea. L'avevano fatto primario, l'avevano reintegrato dopo la guerra, ma faceva il primario in un posto... non più dov'era prima. Perché gli ebrei, dopo, dicevano che gli ridavano il posto, ma non era più il vecchio posto. I vecchi posti migliori se l'erano presi i fascisti. Così lui, non so dove l'avessero mandato. In provincia. Ma era bravo. Era bravissimo. Non era come questi di adesso che per qualsiasi cosa ti fanno fare la TAC la TOC, e poi sbagliano lo stesso. Non ci sono più quei dottori lì, che erano abituati.
Tua madre, quando era piccola, andavano di moda i ricostituenti. Allora tutti davano i ricostituenti. Allora gli avevo detto Dottore, le devo dare i ricostituenti? Lui aveva fatto la faccia, non so se te lo ricordi, non te lo puoi ricordare.
No.
Aveva una faccia. Con quella faccia mi aveva guardata così, e mi aveva detto Perché vuole darle dei ricostituenti? Le dia delle belle cotolette e la porti al Valentino. E così, io, prima davo il pranzo a Guglielmo, che tornava dal mercato, aveva fame, poi, tutti i giorni dalle due, due e mezza, la portavo al Valentino. Che era ancora, come una volta sai, era... Questi medici così non ci sono più.
Mi è venuta fame, dice la nonna. Sai che ho proprio fame? Perché ho mangiato presto.
Le dico Ho fatto la minestra e poi ho preso la ricotta e anche un formaggio che si chiama blu di capra, tipo gorgonzola.
Buono. Chissà che buono.
Poi a tavola parliamo d'altro.
E penso ancora un po' alla letteratura. A tutti gli articoli che leggo in questi giorni sulle classifiche dei libri, le polemiche sulle classifiche. E a Jane Austin. All'audiolibro di Jane Austin che io e Gi ci ascoltiamo mentre viaggiamo. E quando ci separiamo ci diciamo Sei già arrivato a quando lei scopre che lui non è uno stronzo?
Sì, sono molto più avanti, vedrai poi, non ti dico niente guarda, me lo sono ascoltato quasi tutto non riesco a staccarmi è pazzesco.
Non mi dire niente.
Non ti dico niente.
Gi dov'è? chiede la nonna mentre mangia la minestra.
È partito.
Cosa fai a Natale?
Niente.
Andiamo a pranzo fuori?
Sì. Se vuoi. Non faccio niente.
Andiamo al ristorante?
Se vuoi.
Telefoniamo subito. Dobbiamo prenotare subito perché poi è tardi.
Se vuoi.
Pago io.
Se vuoi. C'è anche Gi, il venticinque.
Pago io lo stesso.
È buono questo formaggio, dice la nonna.
È un po' forte.
No no. Me ne dai un altro pezzettino? È molto buono. Si sente che è di capra. che non fa venire il colesterolo.
Penso a cosa penso della letteratura. A cosa penso della scrittura. Che oggi Gi mi ha chiamata e mi ha chiesto Scrivi? Stai scrivendo? Se scrivi qualcosa mandamelo, lo leggo volentieri. E io penso al saldo in banca di un euro e cinquanta di oggi, dopo il prelievo.
Ho comprato i ferri da calza, perché ho chiesto a Macchianera di insegnare a fare le calze. Lei ha detto di prendere i ferri da calza numero tre.
Cinque euro.
e i formaggi. Nove euro.
E la borragine e i cavoli. Tre euro.
E la focaccia dolce. sette euro.
Buona questa focaccia, dove l'hai presa?
In un panificio qui.
È buona.
Qui, proprio qui dietro, nella piazza. La fanno loro.
Si sente.
Ne vuoi ancora un pezzettino?
Sì.
Poi le dico, Andiamo di là?
Dice sì.
La faccio mettere sul divano, le porto una copertina, un cuscino rosso. Io intanto stendo, poi mi metto qui vicino a te, a leggere un po'.
Sì - dice la nonna. Poi dorme un po'.
Sono stata proprio bene, grazie, dice quando si sveglia.Si capisce che vuole tornare a casa, ha i gatti, non li voleva, ma li ha presi. Aveva detto Basta animali, ma i gatti erano là fuori. Adesso sono dentro.
È caduta per portare fuori la sabbietta dei gatti.
I gatti.
Prima c'erano i cani, poi gatti. Le danno da fare.
Adesso guarda i pesci.
Dev'essere difficile tenere pulito l'acquario, dice.
Non tanto.
Quel pesce lì, poverino, è tutto nero.
È così, è fatto così.
È brutto.
Non le dico che era quello più costoso.
Guarda i pesci come una bambina. Era tanto tempo che nessuno stava in piedi davanti all'acquario a guardare i pesci andare su e giù. Con interesse serio. Con stupore. Nonna.
Sì.
Andiamo.
Sì.
Poi quando torno a casa mi metto a stirare. E penso sempre alla letteratura. Se sia giusto o no pensare alla letteratura. Penso a Victor Hugo, che Lucia ha detto Victor Hugo è stato esiliato in un'isola della Normandia vicino a quella dove vuoi andare tu, e si è portato il figlio che ha tradotto tutto Shakespeare in francese, e si era portato anche l'amante, la sera dormiva con lei.
E la moglie?
La moglie cosa?
Niente.
Nessuno degli scrittori che ci ricordiamo ha avuto una vita lineare e facile. Erano tutti poveri o abbastanza in difficoltà, e quelli ricchi erano ricchi di famiglia. Virginia Woolf non era povera, però non era contenta, si è suicidata. Insomma.
Insomma.
Macchianera è poi arrivata, è salita fino in casa, fin dentro. E si è anche seduta. Mi ha fatto vedere Vedi, così si mettono su i punti, che li leghi così, sui due ferri, e poi si fa così: uno dritto e uno rovescio, per una ventina di giri, e poi cominci, due dritti e due rovesci, che sarebbe la parte sotto, della caviglia.
Sì sì.
Sì.
Così?
Così.
E quanto tempo era che mia madre non mi spiegava una cosa con le mani?
Poi si alza, deve andare.
E io penso ancora alla letteratura. Che vorrei capire meglio. Capire qualcosa. Leggere tutto, e dimenticare tutto.
Oggi, sono andata prendere mia nonna per portarla a pranzo da me. In macchina mi ha detto La dottoressa ha detto che alla testa (è caduta una settimana fa e ha battuto la testa) c'era una commozione cerebrale, ha detto che dovevo andare all'ospedale, che se fosse per lei ci dovrei andare anche adesso.
Ma tu non ci sei voluta venire all'ospedale, quando siamo venuti noi.
No. Infatti, dice mia nonna.
E invece ci saremmo dovuti andare, ma tu hai fatto resistenza.
Sì,dice mia nonna. Lattes, l'ultima volta che l'ho visto al tempio, mi ha detto Si ricordi che col suo cuore la sola cosa da fare è non prendere nessuna medicina.
Cosa c'entra Lattes.
Lattes era un dottore.
Il cuore è un'altra cosa nonna, noi andavamo lì per la testa.
Tua madre mi ha detto che io non le ho detto che avevo perso conoscenza.
Hai perso conoscenza?
Sì.
Non l'hai detto neanche a noi quando siamo arrivati.
Non mi ricordavo.
Ci volevi far mandare via.
Non era la mia ora.
Magari ti facevano una TAC
Appunto. E poi mi facevano le loro cazzate.
Nonna.
Sì. Lattes non era un dottore di quelli che ti fanno fare i raggi. Era di una scuola contro.
Contro i raggi?
Non esistevano.
Se andavamo all'ospedale, se avevi un'emorragia ti facevano un'operazione d'urgenza alla testa e ti salvavano.
Col mio cuore.
Col tuo cuore.
Quelli non sanno niente del mio cuore. non sono abituati. Il mio cuore è talmente aritmico, quelli si mettono in testa di raddrizzare tutto, mi davano chissà cosa, e ciao.
Glielo spiegavi.
È andata bene così, no? Sono viva. Non era la mia ora. (...) Lattes mi conosceva fin da piccola perché il nonno aveva un medico dei tranvieri che però non si muoveva, ci aveva mandato Lattes che era un giovane, sai, un giovane, non ancora sposato. Noi c'eravamo presi tutti e tre il morbillo, prima Candida, poi io e poi Umberto, e i nonni facevano il turno per seguirci. Però Candida era poi guarita dopo due settimane, invece a me e Umberto era rimasto. Dentro. Non usciva. E a me era venuta la doppia polmonite con la febbre fino a quarantadue. La nonna mi metteva dentro le lenzuola bagnate tiepide per far abbassare la temperatura di due gradi. Non c'erano molti rimedi. Però la nonna Agata si era dimenticata di dire alla nonna che dovevano interrompere la Fenicillina. A quei tempi non si sapeva. Poi è arrivato Lattes, ha detto alla nonna Ha interrotto la Fenicillina? E la nonna ha detto no, perché la nonna Agata si era dimenticata di avvisarla. Lei la metteva in un'ostia bagnata, quella polvere, e me la dava, dice Manda giù. E Lattes ha detto Adesso basta.
Così poi il mio cuore. Non si sa cosa sia successo. Non lo sanno neanche adesso come si cura il mio cuore. E Lattes ha detto, poi, quando ormai mi dava del lei, un giorno che uscivamo dal tempio, che lui al tempio ci andava solo per il kippur, perché non era per niente religioso, ha detto Si ricordi, che lei, col suo cuore, meno roba prende meglio è. Si era poi sposato. Quando ormai era il dottore già di tua madre. Gli avevano fatto il corredo. Lui ha detto Non pensavo di sposarmi, ma ancor meno pensavo di sposarmi con un'ebrea. L'avevano fatto primario, l'avevano reintegrato dopo la guerra, ma faceva il primario in un posto... non più dov'era prima. Perché gli ebrei, dopo, dicevano che gli ridavano il posto, ma non era più il vecchio posto. I vecchi posti migliori se l'erano presi i fascisti. Così lui, non so dove l'avessero mandato. In provincia. Ma era bravo. Era bravissimo. Non era come questi di adesso che per qualsiasi cosa ti fanno fare la TAC la TOC, e poi sbagliano lo stesso. Non ci sono più quei dottori lì, che erano abituati.
Tua madre, quando era piccola, andavano di moda i ricostituenti. Allora tutti davano i ricostituenti. Allora gli avevo detto Dottore, le devo dare i ricostituenti? Lui aveva fatto la faccia, non so se te lo ricordi, non te lo puoi ricordare.
No.
Aveva una faccia. Con quella faccia mi aveva guardata così, e mi aveva detto Perché vuole darle dei ricostituenti? Le dia delle belle cotolette e la porti al Valentino. E così, io, prima davo il pranzo a Guglielmo, che tornava dal mercato, aveva fame, poi, tutti i giorni dalle due, due e mezza, la portavo al Valentino. Che era ancora, come una volta sai, era... Questi medici così non ci sono più.
Mi è venuta fame, dice la nonna. Sai che ho proprio fame? Perché ho mangiato presto.
Le dico Ho fatto la minestra e poi ho preso la ricotta e anche un formaggio che si chiama blu di capra, tipo gorgonzola.
Buono. Chissà che buono.
Poi a tavola parliamo d'altro.
E penso ancora un po' alla letteratura. A tutti gli articoli che leggo in questi giorni sulle classifiche dei libri, le polemiche sulle classifiche. E a Jane Austin. All'audiolibro di Jane Austin che io e Gi ci ascoltiamo mentre viaggiamo. E quando ci separiamo ci diciamo Sei già arrivato a quando lei scopre che lui non è uno stronzo?
Sì, sono molto più avanti, vedrai poi, non ti dico niente guarda, me lo sono ascoltato quasi tutto non riesco a staccarmi è pazzesco.
Non mi dire niente.
Non ti dico niente.
Gi dov'è? chiede la nonna mentre mangia la minestra.
È partito.
Cosa fai a Natale?
Niente.
Andiamo a pranzo fuori?
Sì. Se vuoi. Non faccio niente.
Andiamo al ristorante?
Se vuoi.
Telefoniamo subito. Dobbiamo prenotare subito perché poi è tardi.
Se vuoi.
Pago io.
Se vuoi. C'è anche Gi, il venticinque.
Pago io lo stesso.
È buono questo formaggio, dice la nonna.
È un po' forte.
No no. Me ne dai un altro pezzettino? È molto buono. Si sente che è di capra. che non fa venire il colesterolo.
Penso a cosa penso della letteratura. A cosa penso della scrittura. Che oggi Gi mi ha chiamata e mi ha chiesto Scrivi? Stai scrivendo? Se scrivi qualcosa mandamelo, lo leggo volentieri. E io penso al saldo in banca di un euro e cinquanta di oggi, dopo il prelievo.
Ho comprato i ferri da calza, perché ho chiesto a Macchianera di insegnare a fare le calze. Lei ha detto di prendere i ferri da calza numero tre.
Cinque euro.
e i formaggi. Nove euro.
E la borragine e i cavoli. Tre euro.
E la focaccia dolce. sette euro.
Buona questa focaccia, dove l'hai presa?
In un panificio qui.
È buona.
Qui, proprio qui dietro, nella piazza. La fanno loro.
Si sente.
Ne vuoi ancora un pezzettino?
Sì.
Poi le dico, Andiamo di là?
Dice sì.
La faccio mettere sul divano, le porto una copertina, un cuscino rosso. Io intanto stendo, poi mi metto qui vicino a te, a leggere un po'.
Sì - dice la nonna. Poi dorme un po'.
Sono stata proprio bene, grazie, dice quando si sveglia.Si capisce che vuole tornare a casa, ha i gatti, non li voleva, ma li ha presi. Aveva detto Basta animali, ma i gatti erano là fuori. Adesso sono dentro.
È caduta per portare fuori la sabbietta dei gatti.
I gatti.
Prima c'erano i cani, poi gatti. Le danno da fare.
Adesso guarda i pesci.
Dev'essere difficile tenere pulito l'acquario, dice.
Non tanto.
Quel pesce lì, poverino, è tutto nero.
È così, è fatto così.
È brutto.
Non le dico che era quello più costoso.
Guarda i pesci come una bambina. Era tanto tempo che nessuno stava in piedi davanti all'acquario a guardare i pesci andare su e giù. Con interesse serio. Con stupore. Nonna.
Sì.
Andiamo.
Sì.
Poi quando torno a casa mi metto a stirare. E penso sempre alla letteratura. Se sia giusto o no pensare alla letteratura. Penso a Victor Hugo, che Lucia ha detto Victor Hugo è stato esiliato in un'isola della Normandia vicino a quella dove vuoi andare tu, e si è portato il figlio che ha tradotto tutto Shakespeare in francese, e si era portato anche l'amante, la sera dormiva con lei.
E la moglie?
La moglie cosa?
Niente.
Nessuno degli scrittori che ci ricordiamo ha avuto una vita lineare e facile. Erano tutti poveri o abbastanza in difficoltà, e quelli ricchi erano ricchi di famiglia. Virginia Woolf non era povera, però non era contenta, si è suicidata. Insomma.
Insomma.
Macchianera è poi arrivata, è salita fino in casa, fin dentro. E si è anche seduta. Mi ha fatto vedere Vedi, così si mettono su i punti, che li leghi così, sui due ferri, e poi si fa così: uno dritto e uno rovescio, per una ventina di giri, e poi cominci, due dritti e due rovesci, che sarebbe la parte sotto, della caviglia.
Sì sì.
Sì.
Così?
Così.
E quanto tempo era che mia madre non mi spiegava una cosa con le mani?
Poi si alza, deve andare.
E io penso ancora alla letteratura. Che vorrei capire meglio. Capire qualcosa. Leggere tutto, e dimenticare tutto.
martedì 8 dicembre 2015
senza cerbiatti
Questo è proprio un periodo
che viene dopo un periodo
in quanto tale non ha
né dignità né autonomia
un transito semplice
spinto dal tempo.
Il prato è anonimo,
senza profumi,
senza cerbiatti.
che viene dopo un periodo
in quanto tale non ha
né dignità né autonomia
un transito semplice
spinto dal tempo.
Il prato è anonimo,
senza profumi,
senza cerbiatti.
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